Da
quando mi sono trasferita dalla città in
un paese, la mia vita era cambiata radicalmente.
Non conoscevo nessuno mi sentivo un'estranea,
io ero la straniera, a cui nessuno rivolgeva la
parola. Un giorno assolato mi imbattei in un uomo.
Alto, magro e pallido.
La sua testa era liscia e bianca, non un filo
di capelli.
Mi chiese chi ero e da quando mi ero tasferita.
Passeggiamo a lungo, noncuranti del caldo.
Era bello, dopo tanto tempo, avere qualcuno con
cui parlare.
Mi sentivo felice e serena. Il caso volle che
ci ritrovammo di fronte al mio portone.
Lo invitai a salire. Una volta in casa, sprofondammo
esausti sul divano, stremati dopo la lunga camminata.
Lo osservai meglio.
I suoi occhi erano due fessure azzurre, piccoli
e tristi.
Sembravano percorrere il mio corpo furtivi e impazienti.
Parlammo ancora a lungo, come immersi in un dolce
torpore. Mi sentivo languida e stanca.
Le nostre parole galleggiavano placide nella quiete
afosa.
Ogni volta che mi faceva una domanda, la mia timidezza
prendeva il sopravvento costringendomi a posare
gli occhi lontano, per non fissarlo.
Ma poi la curiosità aveva la meglio, e
il mio sguardo tornava su di lui, sulle sue braccia
sottili e chiare come la sabbia.
Gli chiedevo qualcosa, per prendere tempo, se
anche lui amava vivere vicino al mare, se anche
lui era scappato come me dalla città per
cercare un po' di pace, e lui fissava il pavimento,
il cielo fuori dai vetri, si guardava le mani
e rispondeva vago, come se gli mancassero le parole.
Ad un tratto era impossibile continuare.
I nostri occhi non potevano smettere di fissare
l'altro per poi scappare altrove.
Non potevamo ignorare che volevano rimanere incantanti
su di noi, fino a saziarsi.
Ci avvicinammo, senza smettere di parlare.
Posai la mia mano curiosa sul suo viso.
Era morbido, fresco.
I suoi occhi non si staccavano da me, li sentivo
puntati sul mio viso mentre i miei seguivano la
mia mano che esplorava il suo collo, la sua testa,
le sue braccia.
Si tolse la maglietta.
La mia mano non esitò e percorse con avidità
il torace.
Sentii le sue dita che si insinuavano lente oltre
la stoffa.
La mia schiena, le mia braccia nude.
Non volevo avvicinarmi alla sua bocca né
lui diede segno di farlo.
Solo mani che toccavano, ansiose, stupite, senza
fretta.
Mi sollevò con forza e mi caricò
su di sé.
Il suo tocco era delicato e esperto, la mia pelle
vibrava e pareva velluto.
Le bocche si avvicinarono con lentezza, come trasportate
da una dolce marea, perse, verso la deriva.
I nostri sapori si mischiarono, girotondi lievi
e umidi, mentre il silenzio ci cullava complice.
Mi aggrappai a lui con foga, sentendo il calore
antico che nasceva inesorabile.
Le braccia che cercano, rapide e sagge, tolgono,
si liberano, si riallacciano ansiose.
Di colpo solo noi e i nostri corpi, niente giochi,
niente pudori, solo quello che ci serviva.
Dolci rumori, di lingue e baci.
Il mio ventre sopra il suo, la gioia del suo desiderio,
che aspettava con pazienza.
Un morbido sogno mi avvolse.
Danzammo insieme le melodie del vento.
I miei seni si alzarono rigidi e desiderosi sotto
la sua saliva calda che impregnava la pelle increspata
dei miei boccioli.
La sua schiena lunga e dritta era un sentiero
su cui tracciare infinti sentieri, raccogliendo
le sue gemme di sudore.
Le sue gambe mi sorreggevano solide, mentre calcavo
sinuosa, la tempesta di piacere che infuriava
nel mio ventre scuro.
Rotolammo sul tappeto ruvido, veloci come lepri.
Rinchiusi il suo desiderio tra le mie anche sottili,
le mie mani sulle natiche affaticate mentre il
suo corpo rannicchiato mi spingeva in avanti.
Giacemmo infine, come soldati feriti su un campo
di battaglia, le braccia tese verso il cielo,
come a chiedere tregua.
Il sole scompariva ignaro all'orizzonte.
Quando lo rividi ore dopo, alto e maestoso, che
troneggiava sul mio volto stanco, il mio amante
era andato.
Solo un freddo lenzuolo sul mio corpo, per proteggermi
dalla notte che, invidiosa, lo aveva fatto scappare.
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